Italy’s Resistance Partisans’ Association (ANPI) is calling on all citizens to play and sing the Resistance anthem “Bella Ciao” from their windows and balconies on Saturday April 25, 2020, at 3 pm local time (2 pm UK time, 9 am EDT.)

For the first time since 1946 — one year after Italy’s freedom fighters defeated the Nazis and Mussolini’s fascist regime with the help of the Allies — we won’t be able to march on our streets to mark Italy’s Liberation Day.

And yet now — “More than ever — we need hope, unity, and roots that may give us…

Così è ricordato Luciano. Lui, fratello e figlio di partigiani, faceva la staffetta: nascondendo nella cartella di scuola informazioni e messaggi, teneva i collegamenti tra i gruppi partigiani.

23 febbraio 1945; un cascinale nelle campagne di Givoletto, nel torinese: un gruppo di partigiani è circondato dai repubblichini. È l’alba e insieme alla luce del sole nasce un conflitto a fuoco. E Luciano non è a scuola, è lì, inerme, in mezzo agli spari.

Sparano da una parte e dall’altra, finché i partigiani non finiscono le munizioni. E non si può resistere ai fascisti senza munizioni. …

Nella Bassa. Contro fascisti e tedeschi.

Lei, una delle tante donne contadine, braccianti, operaie, artigiane, intellettuali che trovano in questo agire una speranza per il proprio futuro, per quello dei figli, per il mondo che verrà.

Contadina di famiglia, come il padre. E come il padre e i fratelli, antifascista.

La guerra: i fratelli partono e la terra resta senza braccia. Cresce il bisogno, la miseria.

Ma lei conosce l’amore e un figlio. Lascia il paesino di S. Giustina e si trasferisce a Mirandola col piccolo e il desiderio di rendersi autonoma.

8 settembre: caos, sgomento, ma anche Resistenza. Due…

Partigiani delle Fiamme Verdi

Non voleva uccidere, “Ferro”. E non avrebbe dovuto neanche sparare, quel 23 marzo. Il progetto per salvare il comandante “Renato” dalla fucilazione era diverso.

Ma il caso, e non solo gli uomini, fanno la storia.

E così, quella sera, arrivano in 5 a Salò ed entrano nell’ospedale dal retro, come da progetto. Uno indossa il camice lasciato apposta dal dottor Cesàri, uno si finge ferito, gli altri accompagnano: così avrebbero dovuto liberare Renato, inscenando una pantomima.

“Senza sparger colpi… senza sparare… senza niente. Doveva andare così” ci racconta Elsa, lei che questa storia se l’è sentita raccontare da Dino Pelizzari…

La scheda segnaletica di Antonia Oscar, madre di Dolores Abbiati (“Lola”).

“Io ho sempre ritenuto di essere stata avvantaggiata, se cosi si può dire, dal fatto di essere cresciuta in una famiglia antifascista, antifascista militante, molto attiva e attiva a ogni prezzo”.

È “Lola” che parla, la stessa che, bambina, chiudendo gli occhi, non vedeva il Duce, come le sue compagne di scuola e come il Direttore della sua scuola elementare pretendeva che facesse.

Il maresciallo le punta gli occhi in faccia: “Perché questa cagnara?”

“Perché siamo stanche di vedere i nostri ragazzi che vengono fucilati” risponde Mimma.

“Hai ragione, ma dimmi, faresti la stessa cosa se i ragazzi fossero fascisti?”

Mimma non ha dubbi e risponde, franca, un NO deciso.

Il maresciallo la prende per un braccio e le ordina di seguirlo in Questura.

“Donne, lasuma nen purtè via sa mata” (Donne, non lasciamo che portino via questa ragazza).

E le donne creano uno scudo umano che consente a Mimma, la giovane attivista comunista, di scappare lontano, in bicicletta.

È il maggio del…

Lunedì 12 marzo, ore 00.45. “Non ucciderlo, fallo patire ancora!”, aveva gridato uno dei giovani aguzzini. E ora spara su quel corpo straziato colpi di mitra alle braccia, al petto, alle gambe. L’ultimo colpo è alla nuca e pone fine all’agonia.

E lo lasciano sul terreno come un cane randagio, perché tutti lo vedano. E temano.

Mentre vanno a comprare il pane, di mattina presto, vedono quel corpo: le due ragazze si avvicinano, lo riconoscono, notano i bossoli. Così si sparge in paese la notizia della sua morte. La gente accorre, è addolorata.

Anna è in giro a chiedere notizie…

Pregno, Villa Carcina, 11 marzo ore 21.30. “Non ho fatto niente. Non ho paura”. E resta in camera con Anna, la moglie, al settimo mese di gravidanza, che aspetta il loro bambino. E il primo è morto.

Per amore, per proteggerli.

L’aveva avvisato, la sera prima, l’amico Omassi: “Fanno una rappresaglia senz’altro. Non perdonano. Io e Belleri siamo d’accordo d’andare alle Basse, da un compagno, per schivar questa notte, non tanto bella”. E lui, che si era dimesso dall’Arma nel vederla trasformata in uno strumento asservito alla violenza fascista, che si era esposto a tal punto da essere sorvegliato speciale…

Un grido “Mamma!” urlato, mentre moriva, da uno, ma forse nel pensiero, da tutti e dieci.

Così ricorda Renzo che allora aveva solo 12 anni e ha visto la scena. E non l’ha dimenticata.

Dalla chiesa di San Sebastiano inizia la salita verso il “Bosco delle Castagne”, dove i vecchi castagni su cui trovarono la morte quei ragazzi sono ancora in piedi, secchi.

Renzo si trovava vicino alla chiesa, a Bolzano Bellunese, quel 10 marzo di 75 anni fa, e li vide impiccare a uno a uno. Un’esecuzione sommaria. Due giorni appesi a quegli alberi, inerti, per dare l’esempio; per…

Non è una donna del 1945 a parlare, non è rinchiusa in un carcere, né ad aggredirla e picchiarla è un fascista o un nazista. Quelle venivano picchiate per farle parlare, queste lo sono per farle tacere e obbedire. In comune la violenza, la sopraffazione, ma anche, e forte, il desiderio di libertà.

Lei è Giuseppina Pesce, colei che, nel 2012, ha rivelato al mondo degli ignari “l’omicidio d’onore”. E l’aguzzino è suo marito, il suo carcere la casa, o forse, meglio, “la famiglia”, la ’Ndrangheta.

Si conoscono che lei ha appena 14 anni, lui 22. Poco dopo nasce Angela…

ANPI Brescia

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