Quando la lotta si fa più dura e drammatica, Umbertina c’è

Nella Bassa. Contro fascisti e tedeschi.

Lei, una delle tante donne contadine, braccianti, operaie, artigiane, intellettuali che trovano in questo agire una speranza per il proprio futuro, per quello dei figli, per il mondo che verrà.

Contadina di famiglia, come il padre. E come il padre e i fratelli, antifascista.

La guerra: i fratelli partono e la terra resta senza braccia. Cresce il bisogno, la miseria.

Ma lei conosce l’amore e un figlio. Lascia il paesino di S. Giustina e si trasferisce a Mirandola col piccolo e il desiderio di rendersi autonoma.

8 settembre: caos, sgomento, ma anche Resistenza. Due fratelli tornati dalla guerra diventano partigiani, non sono più disposti ad assecondare la follia del fascismo.

Umbertina non se ne stupisce, ma ne soffre. Teme per loro il freddo, la fame, la lotta e forse la morte.

Nell’autunno del `43 finalmente un lavoro sicuro: servire i pasti alla caserma fascista di Mirandola. E qui si insinua il tarlo della coscienza: percepisce il disprezzo, l’arroganza sprezzante e l’ottusità della violenza fascista.

E poi il “battesimo”: “Caris”, il comandante del 9° distaccamento del Battaglione “Carlo” le chiede, visto che lavora in caserma, di procurare qualche arma. Umbertina riflette e decide: ruba tre pistole e le consegna a “Caris”.

Rubare quelle armi porta in sé il segno chiaro di una scelta.

I fratelli le chiedono di diventare staffetta del loro GAP (Gruppo di Azione Patriottica) e Umbertina si schiera: il suo nome di battaglia è “Marisa”.

E procede nella sua missione. Diventa sempre più esperta, prudente, ma anche temeraria: conosce profondamente quei luoghi e chi ci abita. A lei viene affidato l’incarico di distribuire un consistente quantitativo d’armi ai GAP della zona.

Di notte, per le strade buie di campagna, appesantita dalle sporte cariche di armi, Marisa va. Si butta nei fossi per sparire alla vista di tedeschi e fascisti. Arriva a destinazione, consegna e riparte. Per tre notti. E sempre pensando ad Almo, suo figlio. Rischiando l’impossibile per vederlo.

Cosi trascorre l’inverno del ‘44.

Notte tra il 23 e il 24 febbraio: un’azione vincente dei GAP sulla Brigata Nera “Pappalardo” a Concordia.

Viene arrestato il “questurino”. Lo traducono a Fossa, presso la Cà Bianca, uno dei maggiori punti di riferimento partigiano. Lo interrogano. È disposto a collaborare. Anche se sotto controllo, gli si concede una certa fiducia. E vede Marisa.

Tutto intorno c’è repressione violenta per i fatti di Concordia. Molti vengono torturati e uccisi.

Alla Cà Bianca ci si accorge che il “questurino” è fuggito. E’ una spia: fa i nomi di tutti coloro che ha visto alla Cà Bianca. C’è una grossa retata.

10 marzo 1945. Arrestano Marisa e la portano a Concordia, in una villa che la Brigata nera usa come prigione. Viene spinta a forza in un solaio buio e gelido. Lei si rannicchia su se stessa in un angolo. Non è sola, ci sono altre donne, ma in lei sale l’onda dei pensieri: i compagni, il figlio, i fratelli, i fascisti… La porta si apre, la trascinano via: “Non devo parlare, non devo parlare”. E così è, a costo di botte e torture, per ore e ore.

Di nuovo rannicchiata in quell’angolo di cella sente il suo corpo gonfio e dolente.

“Non devo parlare” è il suo imperativo, mentre la strappano via per interrogarla ancora.

Al rientro, la scaraventano sul pavimento della cella. E lei rimane immobile, stremata, muta, gli occhi fissi al soffitto quasi a indicare il silenzio come sola risposta a tanta crudeltà.

Inutile il conforto delle compagne.

E ancora botte e torture. Anche alle altre. Neppure loro parlano. Le rilasciano. Ma Umbertina, no. La trattengono: molti i nomi, molti i nascondigli, molti i piani che lei potrebbe rivelare.

Ma lei tace. E loro con la stessa perseveranza la scherniscono, la picchiano, la torturano

Le danno tregua solo quando il dolore la stronca. Ma non una parola.

I fascisti si stanno ritirando. ll 29 marzo sgomberano la villa dove è prigioniera Marisa. La caricano su un camion. Nel tragitto verso Verona la insultano e la battono ancora: deve pagare l’affronto della sua resistenza. È un calvario.

Il camion si blocca, voci confuse che si sommano. Una spinta o un calcio. E lì, sulla strada, una raffica di mitra. Muore, Marisa, ma non ha parlato.

A Revere-Borgo Mantovano, all’incrocio tra la S.S. 12 e strada Caselle, un cippo ricorda l’uccisione della Staffetta Partigiana “Marisa”, Umbertina Smerieri (S.Giustina Vigona presso Mirandola, 8 agosto 1920 — Revere, 29 marzo 1945).

Comitato Provinciale dell'ANPI di Brescia, http://t.co/Ui87fg4pNE - Facebook: Anpi Brescia. English: http://t.co/dYHCAaxsDM

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