Mimma: “Io non dico mai: Ho fatto la Resistenza. Io dico sempre: Abbiamo fatto la Resistenza”

Il maresciallo le punta gli occhi in faccia: “Perché questa cagnara?”

“Perché siamo stanche di vedere i nostri ragazzi che vengono fucilati” risponde Mimma.

“Hai ragione, ma dimmi, faresti la stessa cosa se i ragazzi fossero fascisti?”

Mimma non ha dubbi e risponde, franca, un NO deciso.

Il maresciallo la prende per un braccio e le ordina di seguirlo in Questura.

“Donne, lasuma nen purtè via sa mata” (Donne, non lasciamo che portino via questa ragazza).

E le donne creano uno scudo umano che consente a Mimma, la giovane attivista comunista, di scappare lontano, in bicicletta.

È il maggio del ’44, a Vercelli. Quattro giovani, renitenti alla leva, sono trasferiti dal carcere dal prefetto Morsero, sinonimo di camposanto e di esecuzioni.

Alla Setvis, dove si producono oggetti di plastica, una decina di donne, coordinate da Mimma, decide di scioperare. Sanno che rischiano, e molto. Ma sono donne coraggiose, e ardite. E sanno di non essere sole.

Raggiungono la Roy, dove producono cartoni, e alla notizia che quei ragazzi rischiano di essere fucilati, anche alla Roy il lavoro si ferma. E tocca a quelle della Faini, dove si fanno tessuti. Il gruppo s’ingrossa. E sono donne, tutte donne. Infine alla Sambonet, la fabbrica di posateria pregiata, dove Maria Scarparo ha già preparato il terreno.

E adesso sono tutte in strada a scioperare. Ma arriva la polizia. E un carro armato. E il maresciallo, fascistissimo, che sa con chi deve prendersela.

È una di queste donne (Gina Cotto) che grida “Donne, lasuma nen purtè via sa mata”. E le salva la vita. Poi una rappresentanza di quelle donne riesce a farsi ricevere dal prefetto Morsero e lo convince: i quattro ragazzi sono salvi.

Mimma Bonardo inizia la sua attività antifascista mentre lavora all’ufficio del Catasto dove incontra altre ragazze che la pensano come lei.
È lei la mente di quello sciopero per cui è costretta a fuggire a Varese con la sua famiglia. Lei che, appena può, torna per organizzare le donne e portare aiuto ai partigiani. Si occupa della formazione dei Gruppi di difesa e va a Trino, Camino, Pertengo, Stroppiana.

Per non tradire un compagno, quando la Brigata nera la sorprende, una sera, in casa, mentre è malata, fa la pudica — è in camicia da notte — e costringe gli uomini a girarsi. Riesce così a eliminare un biglietto compromettente. La arrestano, ma lei tace. La portano tutti i giorni dal carcere alla questura per interrogarla. La minacciano, la insultano, ma lei continua a tacere.

La deferiscono al Tribunale militare di Torino per il processo.

Rischia la fucilazione: deve assolutamente farsi ricoverare in ospedale. Così finge dolori fortissimi, sputa le medicine e la trasferiscono. Per reggere la scena si fa operare di appendicite (ne soffriva). E poi scappa. Rischia di essere riconosciuta, ma ce la fa.

E raggiunge la dottoressa Marengo a Villa del Bosco, presso la 12a Divisione Garibaldi.

È donna, Mimma, consapevole della forza del suo genere e del ruolo che queste hanno avuto, possono e debbono avere nella società. Questo il suo dire: “È sbagliato e riduttivo dire che per essere stati partigiani bisognava aver avuto il mitra: non ho mai avuto una rivoltella e non ne ho mai avuto il desiderio, sapevo quale era il mio dovere e che non tutte le cose importanti si facevano con le armi. Dovevo organizzare le donne, quello era il mio compito e anche in montagna facevo riunioni con le staffette, le partigiane, per migliorare il nostro lavoro fino alla Liberazione”.

Dopo la liberazione, svolge attività politica come funzionaria del PCI. Data la sua esperienza, le viene assegnato un compito arduo: fare propaganda e proselitismo nelle zone a quel tempo più tradizionaliste e difficili, la Sicilia e la Sardegna. Ma Mimma non si perde d’animo: viaggia con mezzi di fortuna, dorme nelle case spesso poverissime dei compagni. E fa il suo lavoro.

Quando, alla fine degli anni ’50, il partito deve ridurre i suoi funzionari, si inventa creativamente una piccola boutique. L’attività incontra difficoltà e lei si ricicla nuovamente come direttrice di una grande catena di negozi di moda.

Non rinuncia, comunque, al suo impegno politico: fino al 1980 è consigliere comunale a Vercelli per il PCI. Si impegna per Emergency.

E, quando la salute la costringe in casa di riposo, è la naturale ‘portavoce’ delle richieste degli altri ricoverati.

Nel 1979 riceve la Croce al Merito di Guerra. Gina Cotto, che l’ha conosciuta bene, ha detto di lei “Mimma preferisce le azioni alle parole, le azioni ai simboli, le azioni ai riconoscimenti”.

Fissiamo, allora, rispettosamente, il suo ricordo a quel 25 aprile 2013, in cui, basco rosso in testa, seduta sul suo girello, in una Vercelli senza banda per ridotte disponibilità economiche del Comune, da vera combattente, interrompe il silenzio e canta:

“Una mattina mi son svegliato, o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao”.

E tutto il pubblico la segue.

Oggi, venerdì 13 marzo, alle ore 12, solo gli strettissimi famigliari daranno l’ultimo saluto a Annita Bonardo al cimitero di Billiemme. A causa dell’emergenza sanitaria in corso non è stato possibile allargare la cerimonia alle tante cittadine e ai tanti cittadini che volevano parteciparvi. Scrive l’ANPI di Vercelli: “Confidando che capirete […] Sapremo ben onorare la sua memoria appena sarà possibile”.

Con l’ANPI di Vercelli, chiediamo a tutte e a tutti, alle 12 di oggi, di rivolgere “un pensiero speciale a ‘Mimma’ e a tutte le combattenti e i combattenti che ci hanno ‘donato’ l’Italia democratica”.

Testo: professoressa Nella Macrì.

Comitato Provinciale dell'ANPI di Brescia, http://t.co/Ui87fg4pNE - Facebook: Anpi Brescia. English: http://t.co/dYHCAaxsDM

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