Ferro, che non voleva uccidere

Partigiani delle Fiamme Verdi

Non voleva uccidere, “Ferro”. E non avrebbe dovuto neanche sparare, quel 23 marzo. Il progetto per salvare il comandante “Renato” dalla fucilazione era diverso.

Ma il caso, e non solo gli uomini, fanno la storia.

E così, quella sera, arrivano in 5 a Salò ed entrano nell’ospedale dal retro, come da progetto. Uno indossa il camice lasciato apposta dal dottor Cesàri, uno si finge ferito, gli altri accompagnano: così avrebbero dovuto liberare Renato, inscenando una pantomima.

“Senza sparger colpi… senza sparare… senza niente. Doveva andare così” ci racconta Elsa, lei che questa storia se l’è sentita raccontare da Dino Pelizzari, suo fratello, uno degli attori in scena.

E, invece, quella sera, una delle due guardie dell’ospedale è malata ed è sostituita da un secondino del carcere di Salò. E proprio con la figlia di un secondino è fidanzato Nico, un altro dei partigiani presenti, che “quando andava a morose” s’intratteneva con le guardie del carcere, per familiarizzare, per estorcere informazioni.

Dopo essere riusciti a prendere con sé Renato, ancora convalescente, il gruppetto di partigiani arriva in vista delle guardie, in portineria. Il secondino, riconoscendo Nico, imbraccia il fucile e si prepara a sparare. Ferro, per salvare la pelle al compagno, lo anticipa, gli spara e lo uccide. L’altra guardia spara a sua volta e ferisce Ferro gravemente.

Sentendo gli spari arrivano altri, da sopra. Si spara e si ferisce. Le guardie si arrendono e vengono imbavagliate e legate, mentre i partigiani scappano per la strada, portando con sé i feriti, tra cui Ferro agonizzante.

Quasi incredula, Elsa racconta “Un quarto d’ora di sparatoria con Salò piena di tutto… SS, Decima MAS… c’era di tutto. E nessuno si è mosso”.

Funerale di Ippolito Boschi, 8 maggio 1945

La morte per Ippolito Boschi arriverà dopo un’ora, nella casa di due donne, la Pina e la Dina, che, pietose, si sono prodigate per curarlo. Loro che, insieme a tutti quelli della strada, saranno vittime di continue perquisizioni per giorni e giorni. Loro che ospiteranno e cureranno gli altri due partigiani feriti, rischiando e non poco.

Il pericolo è così incombente che è necessario nascondere al più presto il cadavere. E la Pina e la Dina chiamano un muratore amico. ll corpo di Ferro, composto in una cassa da biancheria, viene murato nel sottoscala. Ma la malta è fresca e il suo colore può tradire. Per evitare sospetti, il muro viene “anticato” con ragnatele recuperate in cantina.

L’8 maggio 1945 fu celebrato il funerale di questo giovane partigiano — aveva 20 anni- “morto per la libertà”.

Funerale di Ippolito Boschi, 8 maggio 1945

Ippolito Boschi (Barghe, 1925 — Salò, 23 marzo 1945) aderì alla lotta di liberazione, per profonda convinzione: era tra i pochi esonerati alla chiamata militare per la RSI. Poteva evitare di schierarsi.

Militò, a partire dal settembre del ’43, nella Brigata Perlasca delle Fiamme Verdi.

Fu insignito della medaglia d’argento al valor militare alla memoria.

Ippolito Boschi, partigiano “Ferro”

Testo: Nella Macrì. Si ringrazia per le foto Antonio Bontempi (Sezione ANPI Salò Medio Garda).

Comitato Provinciale dell'ANPI di Brescia, http://t.co/Ui87fg4pNE - Facebook: Anpi Brescia. English: http://t.co/dYHCAaxsDM

Comitato Provinciale dell'ANPI di Brescia, http://t.co/Ui87fg4pNE - Facebook: Anpi Brescia. English: http://t.co/dYHCAaxsDM